Le tematiche


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In questa pagina sono evidenziate le tematiche affrontate dal Manzoni nei Promessi Sposi, e precisamente la concezione della  storia, il concetto di Provvidenza, la carestia, la religione e la peste.

 

La storia

Nell'« Introduzione » ai Promessi sposi, Manzoni definisce la storia « una guerra illustre contro il tempo »: la storia, cioè, richiama in vita il passato. E se gli storici si limitano a narrare le gesta dei grandi personaggi, Manzoni, invece, ritiene che soprattutto le vicende della gente umile, di chi soffre e patisce i soprusi dei potenti, siano degne di essere ricordate e descritte. Proprio per questo Manzoni scrive un romanzo storico, ambienta cioè le avventure di Renzo e Lucia nel secolo XVII, durante la dominazione spagnola in Italia. A fianco dei personaggi nati dalla fantasia dell'autore si muovono così personaggi storici veri e propri (il governatore di Milano don Gonzalo Fernandez, il cancelliere Antonio Ferrer, il cardinal Federigo Borromeo) oppure personaggi realmente esistiti a cui Manzoni si ispira per crearne dei nuovi (la monaca di Monza, l'Innominato). Solo in questo modo la storia di Renzo e Lucia diventa vera. Non si deve infatti dimenticare che per Manzoni, come egli stesso scrive in una sua lettera, « l'essenza della poesia non consiste nell'inventar dei fatti», ma nel far uscire, proprio dalla storia, i sentimenti e « le passioni che hanno tormentato gli uomini », cioè « ogni segreto dell'anima umana».

 

La Provvidenza

Renzo è riuscito a fuggire all'arresto del notaio criminale, ha raggiunto l'Adda, l'ha attraversata ed è giunto finalmente nel territorio di San Marco, là dove il mandato di cattura contro di lui non conta più. Può allora entrare in un'osteria «a ristorarsi lo stomaco» e all'uscita incontra un gruppo di mendicanti, «tutti del color della morte », che chiedono la carità. Renzo non esita ad offrire a quei poveri i pochi soldi rimastigli e Manzoni commenta: « Certo, dall'essersi così spogliato degli ultimi danari, gli era venuto più di confidenza per l'avvenire, che non gliene avrebbe dato il trovarne dieci volte tanti. Perché, se a sostenere in quel giorno quei poverini [...], la Provvidenza aveva tenuti in serbo proprio gli ultimi quattrini d'un estraneo [...]; chi poteva credere che volesse poi lasciare in secco colui del quale s'era servita a ciò, e a cui aveva dato un sentimento così vivo di se stessa, così efficace, così risoluto? ».

In questo passo Manzoni chiarisce il tema, tanto importante nel romanzo, della Provvidenza: di quel preciso disegno divino che regola lo svolgersi di tutte le vicende, della vita e della storia, rendendole utili per l'avvenire, tanto più quando siano dolorose e difficili. I disegni della Provvidenza però non sempre possono apparire chiari all'uomo. Allora, soltanto la fiducia in Dio « raddolcisce » i guai che, « o per colpa o senza colpa », si incontrano nel cammino della vita: e questa è proprio la morale, « il sugo di tutta la storia », come scrive Manzoni nel finale del romanzo.

 

La carestia

Fra Cristoforo lascia il suo convento per recarsi a casa di Lucia. Il paesaggio è quello di un lieto tramonto autunnale, ma gli uomini che popolano questo paesaggio rattristano « lo sguardo e il pensiero»: appaiono «mendichi laceri e macilenti»; «lavoratori sparsi ne' campi » che spingono « la vanga come a stento », « gettando le semente, rade, con risparmio »; una « fanciulla scarna» che porta al pascolo «una vaccherella magra, stecchita».

Questo scenario è il preludio della carestia, un argomento della storia milanese del secolo XVII, analizzato da Manzoni con cura e documentazione di studioso. L'attenzione rivolta alla storia, come sempre accade, anche in questo caso non soffoca l'interesse per l'uomo. La carità « ardente e versatile » del cardinal Federigo, che distribuisce « ogni mattina duemila scodelle di minestra di riso », che spedisce « ai luoghi più bisognosi della diocesi » viveri e soccorsi diventa infatti, nelle pagine tristi e crudeli della carestia, un vivo esempio di carità cristiana, dell'amore dell'uomo per il suo prossimo.

 

La religione

Esistono nei Promessi sposi tre figure di religiosi, don Abbondio, fra Cristoforo, il cardinal Federigo, che esprimono tre diversi modi di vivere e operare religiosamente.

Don Abbondio, che «non era nato con un cuor di leone», non trova spazio nella società del suo tempo e accetta di farsi prete per « scansar tutti i contrasti » di quel triste momento storico. Il ministero sacerdotale diventa quindi per don Abbondio l'unico sistema per assicurarsi un quieto vivere, in un mondo violento e corrotto: e il curato infatti si fa prete per mettersi in salvo e in pace.

Fra Cristoforo è invece l'immagine del religioso che opera nel mondo, fino ad opporsi, anche con aggressività, ai mali della società secentesca. È il predicatore che crede che la parola di Dio abbia creato il mondo: perciò le sue parole non restano soltanto parole, ma diventano azioni concrete (fra Cristoforo affronta don Rodrigo, va a servire gli appestati, scioglie il voto di castità di Lucia, per esempio).

La figura del cardinal Federigo, infine, è quella che più si avvicina al modo di intendere la religione da parte di Manzoni. A differenza di fra Cristoforo, il cardinal Borromeo non solo opera nel mondo, ma lo scavalca con il suo esempio: sa dunque opporre alla falsità del mondo un modello di verità che è proprio la verità della parola di Dio.

 

La peste

Il XXXI e il XXXII capitolo dei Promessi sposi sono capitoli di pura trattazione storica, in cui tutta l'attenzione di Manzoni sembra rivolta allo studio della peste a Milano del 1630. L'autore dimostra un'accurata conoscenza del fenomeno, documentata sui testi più autorevoli di quel tempo. L'analisi storica offre tuttavia a Manzoni l'occasione per indagare nel cuore degli uomini.

Allora nelle sue pagine compaiono gli esempi di grande carità cristiana (primo fra tutti quello del cardinal Federigo), di quanti, « nella furia del contagio », visitano gli ammalati per dare il loro conforto e il loro aiuto. « Ma di fronte a queste sublimazioni di virtù » non mancano anche gli esempi di « perversità » di coloro « sui quali l'attrattiva della rapina » è più forte del timore della malattia. Questi uomini entrano da padroni nelle case degli infermi, maltrattano, rubano e saccheggiano senza pietà. Quello della peste diventa dunque un nuovo quadro dell'umanità, descritta da Manzoni in tutti i suoi aspetti.  

 

 

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