Ludovico Ariosto


Home 1° Circolo Potenza Ludovico Ariosto Le opere L'Orlando Furioso Laboratorio teatrale Gli autori

 

 

                        Ludovico Ariosto

 

                        «Chi brama onor di sprone o di capello,
                        serva re, duca, cardinale o papa;
                        io no, che poco curo questo e quello»
.

                        [Ludovico Ariosto, Satire, III, vv.40-42]

Primo di dieci figli, Ludovico Ariosto nasce a Reggio Emilia l'8 settembre 1474 da Daria Malaguzzi Valeri e dal conte Niccolò Ariosto, capitano della rocca di quella città. La famiglia si trasferisce prima, nel 1481, a Rovigo, dove Niccolò è stato inviato dal duca I d'Este con l'incarico di comandante della guarnigione; poi, a seguito della guerra scoppiata tra Ferrara e Venezia, a Reggio, infine nel 1484, a Ferrara. E ferrarese, poi l'Ariosto amò sempre dirsi, tanto che, oramai vecchio, dichiarava che avrebbe ucciso chi gli avesse impedito di passeggiare ogni giorno sulla piazza di Ferrara, tra la facciata del duomo e le due statue dei marchesi Niccolò e Borso. In mezzo a quell'Italia sconvolta dalle guerre tra Spagna e Francia, Ferrara rappresentava per lui la stabilità.

Tra il 1489 e il 1494, contro voglia, per volere del padre, e con esiti piuttosto modesti, studia diritto presso l'Università di Ferrara. Ma intanto partecipa alla vivace vita della corte di Ercole I, dove entra in contatto con vari e prestigiosi letterati ed umanisti (Ercole Strozzi, Pietro Bembo e molti altri). Lasciato finalmente libero dal padre di dedicarsi ai prediletti studi letterari, abbandona la giurisprudenza e intraprende lo studio della letteratura latina, impegnandosi anche in una produzione poetica sia latina (liriche amorose, elegie, De diversis amoribus, De laudibus Sophiae ad Herculem Ferrariae ducem primum, Epithalamium, epitaffi ed epigrammi) sia volgare, le Rime (pubblicate postume 1546).

Nel 1500 si chiude bruscamente il periodo degli studi tranquilli e dell'ozio letterario e si colloca la prima e traumatica svolta nella vita dell'Ariosto. Muore il padre, lasciando a lui che è il primogenito, oltre ad una non floridissima situazione economica, la tutela delle cinque sorelle e dei quattro fratelli (tre dei quali minorenni e il maggiore Gabriele paralitico, che rimane con lui tutta la vita). Per provvedere alle necessità familiari, è costretto, pertanto, ad assumere i più diversi incarichi pubblici e privati, che a malincuore vengono continuamente a distrarlo dall'attività letteraria, l'unica a lui congeniale. E proprio a causa delle condizioni economiche e materiali imposte dalla vita cortigiana, l'Ariosto, a differenza del Boiardo, avverte una forte contraddizione tra la sua passione letteraria e il legame con la corte estense.

Nel 1502 ottiene il capitanato della rocca di Canossa. Intorno al 1503 ha un figlio, Giambattista, dalla domestica Maria (più tardi avrà un altro figlio, Virginio, da Olimpia Sassomarino). Sempre nello stesso anno entra al servizio del cardinale Ippolito d'Este, figlio di Ercole I e fratello del duca Alfonso. Sotto il «giogo del Cardinal da Este», uomo gretto, avaro e insensibile alla cultura e alla poesia, svolge svariati, faticosi, mal retribuiti e ingrati compiti: dalle incombenze pratiche, quali aiutare il signore a spogliarsi, alle faccende amministrative, dalle funzioni di intrattenimento e di rappresentanza alle delicate e rischiose missioni politiche e diplomatiche. Tra il 1507 e il 1515, periodo assai ricco di incidenti diplomatici, è spesso costretto a fare viaggi a cavallo per recarsi ad Urbino, a Venezia, a Firenze, a Bologna, a Modena, a Mantova e a Roma.

E così, mentre attende alla stesura dell'Orlando Furioso, e si impegna nell'ambito del teatro di corte, scrivendo e mettendo in scena i primi importanti esperimenti del nuovo teatro volgare, le commedie Cassaria e I Suppositi, l'Ariosto è protagonista di una delle fasi più aspre delle guerre d'Italia.

 

Nel 1509 segue il cardinale nella guerra contro Venezia. Nel 1510 si reca a Roma per ottenere la revoca della scomunica inflitta da papa Giulio II al cardinale, ma viene minacciato di essere gettato ai pesci. Nel 1512, insieme al duca Alfonso, vive una romanzesca fuga attraverso gli Appennini, per sottrarsi alle ire del pontefice, deciso a non riconciliarsi con gli Estensi, alleatisi con i Francesi nella guerra della Lega Santa.

Nel 1513, alla morte di Giulio II, si reca nuovamente a Roma per felicitarsi con il nuovo papa Leone X, sperando, tuttavia invano, di ottenere un beneficio generoso che gli permetta una sistemazione più tranquilla. In quello stesso anno torna a Firenze, dove dichiara il suo amore alla donna della sua vita, Alessandra Benucci, una fiorentina sposata con il ferrarese Tito Strozzi. Morto il marito, nel 1515, la Benucci verrà ad abitare a Ferrara, ma non vivrà mai con lui, neppure dopo il matrimonio, celebrato in gran segreto nel 1527 - affinché lei non perda i diritti all'eredità del marito e lui i suoi benefici ecclesiastici.

Nel 1516 esce la prima edizione dell'Orlando Furioso, dedicata al cardinale Ippolito d'Este, che tuttavia non dimostra alcuna gratitudine. E, quando, nel 1517, questi, eletto vescovo di Buda, pretende che il poeta lo segua in Ungheria, egli si rifiuta, rompendo ogni legame.

Siamo ad un'altra svolta nella vita dell'Ariosto. Inizia un tormentato periodo di crisi non solo per il poeta, in gravi difficoltà economiche, familiari e giudiziarie (per certe proprietà terriere della sua famiglia), ma anche per il ducato Estense in lotta con il papato e per l'Italia intera. Nel 1518, dunque, passa al servizio - o «servitù» - del duca Alfonso, pur senza migliorare la situazione economica. Intanto, tra il 1517 e il 1525, attende alla composizione delle sette Satire (pubblicate solo nel 1534): realistica ed amara meditazione sugli ambienti cortigiani e sulla sorte degli uomini di lettere. Questi sono probabilmente anche gli anni a cui risale la stesura dei Cinque Canti, composti in vista di un inserimento nel Furioso, ma poi lasciati da parte a causa dei toni cupi e perciò dissonanti rispetto al resto del poema. Tra il 1519 e il 1520 prosegue la composizione delle rime in volgare e compone, inoltre, due commedie Il Negromante e I studenti (incompiuta).

Dopo aver ristampato nel 1521 il Furioso, essendogli stato sospeso lo stipendio di cortigiano, nel 1522 l'Ariosto è costretto, seppur malvolentieri, ad accettare l'incarico affidatogli dal duca Alfonso: il commissariato della regione montuosa e selvatica della Garfagnana. Le Lettere, scritte per dovere d'ufficio al duca, rivelano la grande fermezza, serietà e sagacia amministrativa e politica con cui l'Ariosto cercò di ricondurre la legge e l'ordine in quel territorio di confine, infestato dai banditi e dalle violenza delle fazioni rivali.

Lasciata la Garfagnana, nel 1525 si apre un periodo più sereno e per il poeta e per il suo ducato. Tornato a Ferrara, il duca gli affida varie cariche amministrative ma anche incarichi a lui più congeniali. Viene chiamato, infatti, a far parte del Maestrato dei savi e viene nominato sovrintendente agli spettacoli di corte. Riscrive in versi la Cassaria e I Suppositi, rielabora Il Negromante e nel 1528 scrive una nuova commedia, la Lena. Nel 1532, tra l'altro, dirige le recite di una compagnia padovana inviata a Ferrara dal Ruzzante. Pochi sono i viaggi di questi anni. Nel 1528 è a Modena con il duca per scortare l'imperatore Carlo V di passaggio nello Stato estense. Nel 1531, dopo essere stato a Firenze, ad Abano e a Venezia, il marchese del Vasto, Alfonso d'Avalos, condottiero dell'esercito imperiale, gli assegna, a Correggio, una pensione di cento ducati d'oro.

L'Ariosto trascorre gli ultimi anni della sua vita nell'amata casetta in contrada Mirasole, tra l'affetto di Alessandra e del figlio Virginio e la revisione del Furioso, la cui edizione definitiva esce nel 1532.

Ammalatosi di enterite, muore il 6 luglio 1533. Dal 1801 il suo corpo è tumulato nella sala maggiore della Biblioteca Ariostea di Ferrara.

 

 

Casa di Ludovico Ariosto


 


 

 


Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non
sordida, parta meo, sed tamen aere domus



"La casa è piccola ma adatta a me, pulita, non gravata da canoni e acquistata solo con il mio denaro", questa è l'iscrizione presente sulla facciata della Casa di Ludovico Ariosto (Reggio Emilia 1474 - Ferrara 1533), dimora nella quale il Poeta trascorse gli ultimi anni della sua esistenza dedicandosi alla terza e definitiva edizione dell'
Orlando Furioso, uscita nel 1532.

Oggi, dopo il completamento del restauro architettonico, questa "piccola casa" e i suoi cortili vengono restituiti al loro antico ruolo di luoghi d'arte e di cultura.

Le sale al piano nobile proporranno come allestimento permanente,  una ricostruzione storico evocativa
"La Parva Domus tra storia ed evocazione", assetto realizzato in occasione delle Celebrazioni per i Centenari Ariosteschi del 1875 e del 1933, attraverso cimeli e pregevoli edizioni delle opere del poeta.

Al piano terra, con la mostra bibliografica "Per sollazzo et piacere" curata dalla Biblioteca Comunale Ariostea, viene presentata una selezione esemplificativa dell'opera di Ludovico Ariosto letterato e uomo di corte.

 

 

 

Ideologia e poetica

Senso concreto e realistico dell'esistenza: si piega alle esigenze economiche dei suoi familiari; cerca un compromesso coi "potenti" (laici ed ecclesiastici) per avere non solo di che vivere, ma anche per ottenere il riconoscimento del suo valore artistico (che in effetti si verificherà nei circoli letterari borghesi). Non infierisce sui vinti quand'era governatore in Garfagnana, anche se non lo si vede mai opporsi alla volontà dei suoi superiori (l'unico caso è quello in occasione del trasferimento a Buda del card. Ippolito).

Rapporto di amore-odio verso la corte: di "amore" perché, anch'egli, in quanto intellettuale di origine nobiliare, faceva parte di quegli ambienti: poi perché sperava di ottenere buoni uffici, incarichi e riconoscimenti letterari; di "odio" perché si sentiva strumentalizzato, non valorizzato come intellettuale ma solo come diplomatico; inoltre non gli piacevano le corti che si combattevano tra loro, disposte persino ad allearsi con lo straniero, senza tener conto degli interessi nazionali. Infine era consapevole dei valori superficiali delle corti, anche se non riteneva di aver la forza sufficiente per opporvisi: lui stesso dirà d'aver scritto il Furioso per il divertimento dei Signori. L'Ariosto non pensò di scrivere un poema che servisse a una causa ideale o politica: sapeva benissimo che i suoi lettori non sarebbero stati capaci di recepirla. Egli in un certo senso dava per scontato che la classe borghese, pur ricca sul piano economico e potente su quello politico, non aveva molto da dire su quello ideale.

Interesse per ogni aspetto della vita degli uomini: rispetta e comprende i sentimenti dell'uomo, che mette sempre al centro delle sue preoccupazioni e della sua produzione letteraria. Contesta gli aspetti deteriori della sua epoca: attivismo frenetico, culto della ricchezza e amore per il lusso, ambizioni sfrenate e sete di potere, mercato delle cariche e corruzione ad ogni livello. Rifiuta gli atteggiamenti da eroe e da moralista: piuttosto guarda con ironia e indulgenza i difetti propri e altrui.

 

La tomba dell'Ariosto

 

Nel 1801 la tomba di Ludovico Ariosto dalla sconsacrata chiesa di S. Benedetto in Ferrara fu trasferita nella Biblioteca Comunale Ariostea, per volere del napoleonico Miollis, che è ubicata nel Palazzo Paradiso, residenza trecentesca degli Estensi.


Su un alto basamento in marmo policromo si ergono quattro colonne dai capitelli corinzi e al centro del frontone si trova una nicchia che contiene il busto in alabastro del poeta. Sopra è un coronamento classicheggiante con grappoli di frutta che pendono ai lati e, al vertice, uno scudo con disegnato lo stemma gentilizio. Si innalzano sulle due colonne Più esterne due piccole statue rappresentanti la Poesia e la Fama. Il monumento presenta una decorazione "eroica-romantica", con angeli e putti, fiamme e faci e fiori e drappeggi, in un gusto scenografico e antiretorico; l'armatura sul lato destro è un'allegoria della poesia epica. Tutto l'affresco, eseguito fra il 1803 e il 1806, è opera del pittore Giuseppe Santi.

 

La biblioteca è di notevole interesse storico-artistico in quanto non solo custodisce manoscritti, incunaboli e cimeli dell'Ariosto, ma reca al suo interno altre opere preziose come lo Scalone d'onore ed il teatro Anatomico del XVIII sec. e la Tomba dell'Ariosto dipinta dall'Aleotti nel XVII sec.

 

1° Circolo       Home       Ludovico Ariosto         Le opere          L'Orlando Furioso          Il laboratorio teatrale         Gli autori