Una vita che non ha fine


Home 1° Circolo di Potenza Dante Alighieri La Divina Commedia La vita e la morte Origins of English Tutti in scena! Autori

 

 

I Cristiani credono che Dio vuole una vita che non ha fine

 

 

Dopo l’inverno, la primavera

Era entrata con piccoli passi esitanti, la prudenza dei bambini quando vogliono qualcosa.  Appoggiata ad una valigia, s’era messa a fissarmi dondolando un piede su e giù.  Fuori era novembre, il vento invernale gelava i boschi della mia Toscana.

“E’ vero che parti?”.

“Sì, Elisabetta”.

“Allora resto a dormire con te”.

Le avevo detto va bene, era corsa a prendere il pigiama e il suo libro dal titolo “La vita delle piante”, poi m’era venuta accanto nel letto:  minuscola, indifesa, contenta.  Fra qualche mese avrebbe compiuto cinque anni.  Tenendola stretta m’ero messa a leggerle il libro, d’un tratto m’aveva puntato gli occhi negli occhi e posto quella domanda:

“La vita, cos’è?”.

Io coi bambini non sono brava.  Non so adeguarmi al loro linguaggio, alla loro curiosità.  Le avevo dato una risposta sciocca, lasciandola insoddisfatta.

“La vita è il tempo che passa fra il momento in cui si nasce e il momento in cui si muore”.

“E basta?”.

 “Ma sì, Elisabetta.  Basta”.

“E la morte cos’è?”.

“La morte è quando si finisce, e non ci siamo più”.

“Come quando viene l’inverno e un albero secca?”.

“Più o meno”.

Però un albero non finisce, no?  Viene la primavera e allora lui rinasce, no?”.

“Per gli uomini non è così, Elisabetta.  Quando un uomo muore, è per sempre.  E non rinasce più”.

“Anche una donna, anche un bambino?”.

“Anche una donna, anche un bambino”.

“Non è possibile!”.

“Invece sì, Elisabetta!”.

“Non è giusto!”.

“Lo so.  Dormi”.

“Io dormo, ma non ci credo alle cose che dici.  Io credo che quando uno muore fa come gli alberi che l’inverno seccano ma poi viene la primavera e loro rinascono, sicché la vita deve essere un’altra cosa”.

(Da “Niente e così sia” di Oriana Fallaci)

 

 

 

La morte non è l’ultima parola

Elisabetta è una bambina di 5 anni.  Essa ha capito che tutti moriamo, anche i bambini, anche le bambine…  Ma non sa rassegnarsi a credere che tutto sia finito con la morte.  Essa è convinta che la morte non è l’ultima parola della storia di una persona.

Come Elisabetta gli uomini si sono sempre domandati se con la morte è veramente finito tutto.  I Cristiani sono convinti che l’ultima parola della storia degli uomini non è la morte, ma la vita.  Una vita nuova, una vita che non finisce, una vita che viene donata da Dio, padrone e Signore della vita.

La morte è solo un “passaggio”, come una porta, oltre la cui soglia si apre un’altra vita.

 

 

Come il seme di frumento

“Se il seme di frumento non finisce

sotto terra e non muore,

rimane da solo e non porta frutto.

Se muore, invece, porta molto frutto”.

(Dal Vangelo di Giovanni 12,24)

 

Ecco qui alcuni chicchi di frumento.

Nel cuore di questi chicchi è nascosta una vita misteriosa.

Se prendi un solo chicco e lo nascondi sotto terra e lo ricopri di terra umida e di un po’ di concime puoi assistere ad un miracolo.  Devi soltanto avere un po’ di pazienza.

Il chicco rimasto solo, marcisce e muore:  tu non lo vedi perché è come nascosto dentro una tomba.

Nella terra umida e grassa, riscaldata dai raggi del sole, qualcosa si muove:  una tenera fogliolina spunta dal cuore del chicco e si fa strada attraverso la terra alla ricerca della luce del sole.  A poco a poco il filo verde cresce e si sviluppa diventando sempre più alto.

Sulla sua cima si forma una grossa spiga.  Al calore del sole cambia colore e diventa giallo oro, mentre protetti dentro la spiga maturano fino a 70 o 80 altri piccoli chicchi nuovi freschi, pieni di vita.

E’ il “miracolo della vita”, che si ripete ad ogni stagione.

 

 

 

La storia del chicco di grano è come una parabola

Per i Cristiani la storia del chicco di grano non è soltanto una bella immagine.  Essa esprime una certezza della loro fede.

Quando, dopo la morte, il corpo dell’uomo viene “seminato” nella terra, esso non è destinato a rimanere per sempre prigioniero del sepolcro.

Un giorno, per la potenza di Dio, Signore della vita, esso risorgerà e sarà restituito ad una vita nuova.

Accadrà del corpo di ogni uomo quello che è accaduto a Gesù al mattino di Pasqua.

 

 

Gesù “primizia” della risurrezione

Quando Gesù muore sulla croce, tutto sembra finito per lui:  la morte ha vinto sulla vita, i nemici di Gesù hanno avuto ragione di lui.  Così pensano tutti.  Anche gli apostoli, che fuggono impauriti…  Ma Dio non abbandona nelle mani della morte il Figlio che gli era sempre stato fedele.

Al mattino di Pasqua, quando le donne si recano al sepolcro per imbalsamare il corpo di Gesù, esse trovano la pietra rovesciata e la tomba vuota.  Gli angeli annunciano loro la più straordinaria delle notizie:  Gesù è vivo!

Il giorno dopo, all’inizio del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono ancora a vedere la tomba di Gesù.  Improvvisamente vi fu un terremoto, un angelo del Signore scese dal cielo, fece rotolare la grossa pietra e si sedette sopra.  Aveva un aspetto splendente come un lampo e una veste candida come la neve.  Le guardie ebbero tanta paura di lui che cominciarono a tremare e rimasero come morte.

L’angelo parlò e disse alle donne: “Non abbiate paura, voi.  So che cercate Gesù, quello che hanno inchiodato alla croce.  Non è qui, perché è risorto, proprio come aveva detto.  Venite a vedere dov’era il suo corpo.  Ora andate, presto.  Andate a dire ai suoi discepoli: “E’ risuscitato dai morti e vi aspetta in Galilea.  Là lo vedrete”.  Ecco io vi ho avvisato”.

(Dal Vangelo di Matteo 28, 1-8)

 

 

La fede dei Cristiani:

Se Cristo è risorto anche noi risorgeremo

Ai Cristiani della città di Corinto, che dubitavano della risurrezione dalla morte, l’apostolo Paolo scrive una lettera nella quale dice: “Noi predichiamo che Cristo è risorto dai morti.  Allora come mai alcuni tra voi dicono che non c’è risurrezione dai morti?  Ma se non c’è risurrezione dai morti, allora vuol dire che neppure Cristo è risuscitato.  Ma se Cristo non è risuscitato allora la nostra fede è un’illusione e noi siamo i più infelici di tutti gli uomini.  Ma Cristo è veramente risuscitato dai morti.  Lui è risuscitato per primo:  tutti gli altri riscoteranno dopo di lui”.

(Dalla prima lettera ai Corinzi 15, 12-20)

Nel Credo, che è la solenne professione di fede dei Cristiani, essi dicono:

“Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”.

Nella liturgia dei defunti la Chiesa prega così:

“Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata:  e mentre si distrugge la dimora di questo asilo terreno, ci consola la promessa della immortalità futura”.

 

 

Un desiderio in fondo al cuore ieri  -  oggi:

conoscere il destino ultimo dell’uomo

Nel convegno il “Paradiso degli altri” si sono confrontati Cristiani, Ebrei, Musulmani, Induisti e non credenti su come le religioni e gli atei vedono il Paradiso.  Molte differenze e la costante di un luogo radioso, l’immagine di Dio.

A parte il poema di Dante e alcuni capolavori della pittura (Michelangelo nella Cappella Sistina) il Paradiso è sempre stato più immaginato che descritto.

Dice il pastore valdese Paolo Ricca:

“Neppure la Bibbia aiuta.  Essa parla di Paradiso all’inizio e alla fine della storia che racconta che è quello dell’umanità ma solo all’inizio della Genesi e alla fine dell’Apocalisse”.

Il cattolico Piero Lodo dice:

“Il cristianesimo non dice molto sull’altra vita, possiamo immaginare il Paradiso come “la Gerusalemme celeste”, una città in cui non c’è più il tempio ed è Dio stesso che illumina, una città che non è solo luce bianca, ma anche arcobaleno”.

Per il musulmano Yalem El Yheikh:

“Il Corano descrive in più luoghi, più o meno minuziosamente gli elementi che provocheranno il piacere.

Fra questi elementi ci sono l’acqua e la vegetazione, realtà molto ambite dai fedeli di una religione nata nel deserto”.

La luce torna a dominare l’idea di Paradiso della religione induista.

“Dove la luce infallibile brilla sempre, dove dimora il sole, dove vi sono regni pieni di luce, in quel radioso rendimi immortale”, così recita la preghiera del morente induista.

Il Paradiso degli Ebrei si chiama Gan Eden, cioè giardino delle delizie.  Qui abiteranno i giusti dopo la morte e sarà un luogo dove non ci saranno più leggi e i beati godranno della visione di Dio mentre l’Inferno è il luogo dove i diavoli escogiteranno soprattutto tormenti corporali.

Aggiunge il pastore Ricca:

“Il Paradiso è un luogo in cui sgraneremo gli occhi e saremo stupiti per le molte sorprese”.

Infatti, in base al vangelo, nel Paradiso troveranno spazio i pubblicani e le prostitute convertiti e quelli che senza conoscere Cristo l’hanno servito nelle persone del povero, del malato, del profugo, dell’affamato.

La voce degli atei

Per la scienziata Margherita Hack: “Il Paradiso non esiste, l’anima non è immortale, ma lo sono gli atomi del nostro corpo.  Il Paradiso è dentro di noi, cioè l’essere in pace con noi stessi e aspirare ad un progresso etico ispirato dall’insegnamento del Cristo uomo”

(Da “Famiglia Cristiana” n. 20  -  19 maggio 2002)

 

Per tutti i credenti il Paradiso è:

il Giardino della Luce

 

 

 

Il Tentativo di un racconto

La storia dei Forchettoni

Un anziano contadino era ormai giunto alla fine dei suoi giorni, e già pensava al momento della sua morte.   Era un uomo curioso e gli sarebbe tanto piaciuto vedere com’era il mondo di là;  precisamente gli sarebbe piaciuto vedere come vivono gli uomini che sono caduti all’inferno e come, invece, quelli che sono stati chiamati in Paradiso.

Una notte in sogno vide San Pietro che lo chiamò e gli disse: “So che hai nel cuore un grande desiderio.  Ebbene voglio accontentarti”.  Lo portò nel deserto:  in mezzo a quel mare di sabbia infuocata c’era una grossa lastra di pietra.  San Pietro la spostò e disse: “Guarda giù!  Ecco l’inferno!”.  Il contadino vide una grande sala da pranzo, con tante tavole coperte di ogni ben di Dio:  antipasti, piatti di carni squisite, pesci rari, frutta, dolci e vini d’annata, gelati…  I piatti erano di porcellana preziosa, i vassoi erano d’oro o di argento, i bicchieri di cristallo.  Mancavano le posate.  E una bellissima musica si diffondeva attorno…

Improvvisamente si aprirono le porte e una massa urlante di persone entrò correndo.  Erano i “dannati” che si spingevano maleducatamente per accaparrarsi i “primi posti”.  Prima che cominciassero a mangiare, una voce annunciò: “Per mangiare bisogna adoperare queste grandi forchette”.  Sopra un tavolo c’era una fila di grandi forchettoni, lunghi circa due metri.  Tutti corsero a prendersi le forchette e si davano da fare per portare alla bocca quei cibi squisiti e quelle raffinate leccornie, ma niente da fare:  le forchette erano troppo lunghe e non riuscivano a portare nulla alla bocca.  I cibi cadevano per terra, i dannati si impicciavano a vicenda e non riuscivano a mangiare.  Qualcuno (forse senza volerlo!) punse il vicino con i denti della sua forchetta e, allora, apriti cielo, scoppiò una vera gazzarra.  Le forchette divennero armi micidiali per una lite generale che coinvolse tutti i dannati.  Alla fine, quella splendida sala da pranzo sembrava un campo di battaglia e i dannati erano tutti indolenziti, feriti e… affamati.

A questo punto San Pietro trasportò il nostro contadino in una valletta tra due montagne.  Spostò una roccia ed invitò il contadino a guardare sotto.  Con sua meraviglia vide una scena del tutto identica a quella vista nel deserto.  “Ecco”, disse San Pietro “questo è il Paradiso!”.  Il contadino sentì di nuovo il suono di voci umane:  erano gli “eletti” del Paradiso che si avvicinavano per sedersi a pranzo.  Si trattava, però, di voci serene, calme e dolci.  Nessuno correva per occupare i primi posti, anzi, davanti alla porta i più giovani si fermavano e dicevano gentilmente: “Prego, passi prima lei…”.  Quando giunsero alle tavole imbandite c’erano alcuni che prelevavano i soprabiti dei vicini e li appendevano gentilmente agli attaccapanni e spostavano le sedie perché i più anziani si potessero sedere comodamente.  Era tutto uno scambiarsi di gentilezze e di complimenti.  Nessuno correva, nessuno alzava la voce.  Anche qui una voce avvertì che per mangiare occorreva usare i lunghi forchettoni accatastati su un tavolo al centro della sala.  Con calma gli “eletti” andarono a prenderli.  Qualcuno ne prendeva due per darne uno al vicino anziano o un po’ stanco.  Prima di sedersi dissero una bella preghiera per ringraziare Dio del cibo per loro preparato e quindi cominciarono a servirsi.  Il contadino vide che con i forchettoni prendevano sì gli squisiti cibi che erano sulle tavole, ma non se li portavano alla bocca, bensì ognuno di loro li offriva al commensale che stava seduto davanti.  E facevano questo con ordine e serenità, sorridendo e raccontando storielle divertenti.  Ogni tanto qualcuno diceva: “Gradisce ancora un po’ di questo buon budino?  Preferisce un gelato alla panna?”.  A questo punto il contadino rivolto a San Pietro disse: “Adesso ho veramente capito!  Il Paradiso è là dove ci si vuol bene;  l’inferno è là dove ci si odia.  All’inferno ciascuno pensa a se stesso, a servirsi;  nel Paradiso ciascuno pensa agli altri, a servire”.

 

 

Il ciclo della vita e della morte          Le domande dei poeti          L'unica certezza: tutto passa        La morte nelle religioni e nelle tradizioni           La felicità          L'Inferno e il Paradiso sono già tra noi

 

 

 

Home        1° Circolo di Potenza         Dante Alighieri        La Divina Commedia        La vita e la morte        Origins of English          Autori