Francesca da Rimini


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Francesca, una donna viva

 

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Il personaggio di Francesca è certamente uno dei più famosi nella Divina Commedia; la sua storia d'amore rappresenta uno dei culmini della nostra poesia.

Storicamente, la figura di Francesca non è ben stagliata. Nessun documento del tempo ci è pervenuto su di lei e sulla tragedia della corte di Rimini.

Il primo a parlarne è lo stesso Dante e, forse, se non fosse stato per la Divina Commedia, nessuno mai avrebbe saputo della tragica vicenda di Francesca da Rimini. Era figlia di Guido Minore, signore di Ravenna e sorella di Lamberto, cui Guido Novello era succeduto nel governo della città, nel 1316.

Era l'anno 1275 quando il padre concesse Francesca in sposa ad un figlio di Malatesta da Rimini, come garanzia di pace tra le due casate. Lo sposo, Gianciotto, era un uomo serio ed assennato, destinato a succedere al padre come signore di Rimini. Ma era anche brutto, rozzo, deforme (il nome di Gianciotto deriva da Gianni il "Ciotto", cioè lo sciancato) e, per colmo di sventura, aveva un fratello, Paolo, di una eleganza e di una bellezza affascinanti.

La giovane Francesca non poteva non amare la compagnia del cognato, che discorreva così persuasivamente e sapeva leggere con voce vibrante romanzi cavallereschi. Era quasi inevitabile che i due si innamorassero uno dell'altra; e altrettanto inevitabile che Gianciotto, o per caso, o guidato dai suoi sospetti, o avvertito da qualcuno, finisse per scoprirli; e che, una volta scoperti i due amanti,  li trucidasse, secondo la morale del tempo (intorno al 1283-1285).

Giovanni Boccaccio, che fu un gran commentatore di dante, diede dei fatti una versione più romanzesca. Racconto cioè che il padre di Francesca, temendo una ribellione della figlia, le lasciò credere che lo sposo fosse Paolo, che invece era venuto a Ravenna come rappresentante del fratello, per la celebrazione del matrimonio.

Soltanto il giorno dopo, a Rimini, la giovane che già si era innamorata del bellissimo cavaliere, si rese conto dell'inganno: Gianciotto era, per la verità, tutto diverso dal fascinoso Paolo.

Nel poema dantesco Paolo e Francesca sono dannati: il Dante teologo non poteva non condannarli, ma il Dante uomo non poteva non commuoversi per la loro sorte.

 

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