Le caratteristiche dell'opera


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Il titolo dell’opera

La composizione della Commedia ebbe inizio nei primi anni del ‘300 e si protrasse fin quasi alla morte del suo autore.

Il titolo dell’opera è dovuto al suo contenuto.

Dante ha dovuto scrivere il suo poema in volgare fiorentino, ovvero nella lingua parlata nella Firenze del suo tempo, rinunciando allo stile solenne proprio di una stesura in latino, com’era consuetudine per le opere letterarie di un certo rilievo.

L’aggettivo Divina fu invece aggiunto in epoca posteriore dal letterato Ludovico Dolce, vissuto nel XVI secolo, che trasse ispirazione da un entusiastico commento di Giovanni Boccaccia all’opera di Dante.

 

La struttura

La Divina Commedia è un poema in versi composto da tre cantiche: L’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso.

Ciascuna cantica è, a sua volta, suddivisa in 33 caqnti a cui se ne aggiunge uno di introduzione all’Inferno, per un totale di 100.

I versi sono endecasillabi raggruppati in terzine (strofe in tre versi) a rima incatenata: il primo verso rima con il terzo, il secondo con il primo della terzina successiva e così via, secondo lo schema:  ABA  BCB  CDC…..

1 Nel mezzo del cammin di nostra vita A
2 mi ritrovai per una selva oscura B
3 ché la diritta via era smarrita. A
 
4 Ahi quanto a dir qual era è cosa dura B
5 esta selva selvaggia e aspra e forte C
6 che nel pensier rinova la paura! B
 
7 Tant'è amara che poco è più morte; C
8 ma per trattar del ben ch'i' vi trovai, D
9 dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte. C
 
10 Io non so ben ridir com'i' v'intrai, D
11 tant'era pien di sonno a quel punto E
12 che la verace via abbandonai. D

 

 

Il simbolo del numero tre

Come risulta evidente, l’intera struttura dell’opera è costituita sul numero tre e sui suoi multipli: ciò si spiega con la forte carica simbolica e religiosa attribuita nel Medioevo a questo numero, che rimanda alla Trinità Divina.

 

L’argomento

La Divina Commedia racconta un viaggio immaginario del poeta Dante Alighieri, che, smarritosi in una selva oscura, penetra nel mondo ultraterreno, dove visita l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, accompagnato prima dal poeta latino Virgilio, quindi da Beatrice.

Il viaggio dura esattamente una settimana: dal Giovedì santo dell’anno 1300, sino al giovedì successivo alla Pasqua dello stesso anno.

 

Il significato allegorico del poema

Il viaggio compiuto da Dante, i luoghi da lui visitati, gli incontri con le anime dei dannati, dei penitenti, dei beati, vengono descritti e narrati in modo realistico.

Tuttavia l’intera opera ha un chiaro significato allegorico.

Questo vuol dire che le diverse componenti del poema assumono un valore simbolico: la selva oscura in cui il poeta si smarrisce simboleggia il Peccato; il poeta Virgilio che guida Dante attraverso l’Inferno e il Purgatorio, rappresenta la Ragione; Beatrice, che accompagna il poeta nel Paradiso, è l’immagine della Teologia e della Grazia divina; l’intero viaggio di Dante si configura come un itinerario purificatore, del peccato e della perdizione fino alla salvezza e alla redenzione.

 

Il valore culturale e poetico dell’opera

La Divina Commedia è un’opera di eccezionale valore culturale e poetico, perché in essa il suo autore è riuscito a rappresentare compiutamente la visione del Mondo propria del suo tempo.

L’universo rappresentato da dante riflette le conoscenze dell’uomo medievale, la sua cultura fortemente condizionata da fattori religiosi.

L’opera è interessante perché documenta la cultura di quell’epoca, la politica, descrive sentimenti dell’animo umano, luoghi e mette in evidenza il senso della giustizia.

 

La nicchia segreta degli ultimi canti del Paradiso

Racconta il Boccaccio che, dopo la morte di Dante, i figli provvidero a sistemare gli affari e a mettere in ordine le carte del defunto.

Soprattutto figli ed amici si preoccuparono di trovare gli ultimi tredici canti della Commedia Divina, che sapevano essere stati composti e non ancora inviati a Cangrande della Scala.

Ma per quanto cercassero, frugassero ed infine mettessero a soqquadro la casa, dei preziosi manoscritti nemmeno la più piccola traccia.

Ma una notte, otto mesi dopo la sua morte, il poeta "bianco vestito e soffuso di luce" apparve al figlio Jacopo in sogno. Gli disse di essersi reso conto solo allora di non aver dato disposizioni riguardo al suo poema prima di morire, e di essere pronto a rimediare. Preso quindi per mano il figlio, lo guidò nella stanza che era stata il suo studiolo, gli indicò un punto della parete e poi scomparve.

Turbato dal sogno, Jacopo si precipitò nel cuor della notte a casa dell'amico Giardini, che con lui aveva assistito il poeta nell'ultima agonia.

Senza por tempo in mezzo il Giardini, udito il racconto, si levò ed i due tornarono insieme nel famoso studiolo. Tolsero dalla parete una stuoia che nascondeva il muro nel punto indicato da Dante e scoprirono una piccola nicchia.

In essa, già ammuffiti nella parete più esposta, alcuni rotoli polverosi: i manoscritti degli ultimi tredici canti del Paradiso!

Jacopo e il Giardini svolsero con mani trepidanti quei plichi e scoprirono quei versi: la trascrizione fu poi inviata a Cangrande della Scala.

 

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